MITODEA, a Selinunte il teatro equestre diventa pensiero
Se volete un sottotitolo esplicativo: Cavalli, danza, fuoco, parola e una straordinaria architettura sonora trasformano la complessità di un’idea filosofica in immagini capaci di arrivare allo spettatore prima ancora di essere comprese.
Ci sono spettacoli che raccontano una storia. Altri che mostrano qualcosa. Altri ancora chiedono allo spettatore di lasciarsi trasportare dalla bellezza di ciò che accade sulla scena. MITODEA – Trattato sull’Oblio e sul Fuoco, ideato e diretto da Giuseppe Cimarosa con la collaborazione di Giusy di Blasi, e rappresentato l’8 agosto nel Parco Archeologico di Selinunte, prova a fare una cosa più difficile: trasformare un pensiero complesso in teatro e, soprattutto, riesce a farlo senza costringere lo spettatore a comprenderne preventivamente tutti i significati.
Questa, probabilmente, è stata la sorpresa più interessante di questa serata da “tutto esaurito”. MITODEA nasce infatti attorno a una domanda tutt’altro che semplice: che cosa abbiamo dimenticato per diventare uomini?
Da qui prende avvio una riflessione sull’uomo, sul mito, sulla memoria, sul rapporto con il divino e con la natura, sulla nostra presunzione di essere al centro del mondo e sulla distanza che abbiamo progressivamente creato fra noi stessi e tutto ciò che ci circonda. Materie non proprio facili da trasformare in spettacolo.
Eppure, seduti davanti alle rovine millenarie di Selinunte, ci si accorge abbastanza presto che non occorre inseguire ogni simbolo né pretendere di decifrare immediatamente ciascuno dei tredici quadri nei quali è articolata l’opera. Ciò che potrebbe apparire estremamente complesso sulla carta viene continuamente tradotto in qualcosa che gli occhi, e spesso ancora prima il corpo, riescono a percepire. È qui che MITODEA trova la propria forza.
Non spiega soltanto. Mostra. Evoca. Suggerisce. E lo fa soprattutto attraverso tre elementi che, dall’inizio alla fine, si sostengono a vicenda: una costruzione musicale e sonora di straordinaria efficacia; la parola, che accompagna e provoca lo spettatore; le coreografie nelle quali uomini, donne e cavalli si incontrano, si separano e tornano continuamente a cercarsi.
La prima cosa che mi ha personalmente colpito, sin dalle prime battute, è proprio il suono. La scelta delle musiche e degli effetti sonori, ho scoperto poi, è stata operata dallo stesso Giuseppe Cimarosa e non costituisce affatto un accompagnamento alla scena: ne è parte sostanziale, protagonista essa stessa. Effetti sonori, canti, voci e sonorità orientaleggianti, a tratti quasi gregoriane, avvolgono, dominano e disegnano ciò che si vede.
A volte anticipano ciò che sta per accadere, altre lo amplificano. Altre ancora sembrano creare da soli lo spazio nel quale cavalli e danzatori possono muoversi. Ci sono momenti nei quali il ritmo diventa quasi fisico, altri nei quali il silenzio o un suono improvviso riescono a modificare la percezione di ciò che abbiamo davanti. È un lavoro particolarmente importante in uno spettacolo come questo, perché MITODEA non possiede la rassicurante linearità di un racconto tradizionale. Non ci sono un protagonista, un antagonista e una vicenda da seguire fino alla conclusione. Ci sono invece visioni, apparizioni, corpi, simboli, trasformazioni. È la colonna sonora a offrire loro continuità, tenendo insieme ciò che potrebbe frammentarsi. Accompagna lo spettatore attraverso l’Oblio, il Fuoco, la Memoria, l’apparizione degli dèi, il dominio, la separazione e infine il ritorno a una materia comune dalla quale tutto sembra provenire.
Poi c’è la voce narrante. Una voce tutt’altro che ornamentale. Giovanni Cusenza, autore dei testi, è in costume e in scena: le sue parole non hanno il compito di raccontare ciò che stiamo vedendo. Spesso fanno esattamente il contrario: ci impediscono di accomodarci nella semplice bellezza delle immagini. Ci chiamano in causa. Direttamente.
Fin dall’inizio il pubblico scopre di non poter rimanere comodamente fuori dallo spettacolo perché gli uomini che avanzano ciechi sulla scena siamo noi. Ciechi non perché incapaci di vedere, ma perché convinti che ciò che vediamo sia necessariamente la realtà. Ci urtiamo gli uni contro gli altri, ciascuno persuaso che la propria visione sia quella corretta. Ci consideriamo protagonisti, prediletti, misura delle cose.
Il palco diventa così uno specchio ed è significativo che la parola sia spesso severa, ironica, provocatoria, persino volutamente urticante. Non cerca consenso. Non blandisce lo spettatore. Lo costringe, semmai, a mettere per qualche istante in dubbio qualcosa delle proprie certezze. Gli dèi dell’antichità entrano allora nel racconto non come personaggi da rievocare, ma come rappresentazioni di ciò che continua ad abitare dentro di noi. Zeus è il potere. Era il possesso. Ares la violenza. Prometeo la conoscenza, ma anche la presunzione che conoscere significhi necessariamente comprendere. Ed ecco insinuarsi un altro interrogativo: sono stati gli dèi a creare l’uomo oppure è stato l’uomo a inventare gli dèi per dare un volto alle forze che non riusciva a spiegare dentro sé stesso?
Sono domande difficili, ma mentre la parola le pone la scena le trasforma in immagini. È probabilmente proprio questa continua traduzione visiva del pensiero la qualità più riuscita dello spettacolo. Cavalli e danzatori non illustrano concetti, li incarnano.
A volte compaiono separatamente. Un corpo umano nello spazio. Un cavallo. Un cavaliere. Una danzatrice. Poi le distanze cominciano a ridursi e i linguaggi si contaminano. Il movimento del cavallo modifica quello dell’uomo. Il danzatore entra nella sua traiettoria. Il cavaliere smette di apparire come colui che conduce e diventa parte di una figura più grande. In alcuni momenti è difficile stabilire dove finisca la coreografia e dove cominci il lavoro equestre. Ed è esattamente ciò che dovrebbe accadere. Perché il cavallo di MITODEA non è stato portato sul palcoscenico per aggiungere spettacolarità. Non è un accessorio e nemmeno soltanto il magnifico interprete di esercizi tecnicamente complessi: il cavallo è necessario al racconto. È forse l’essere che meglio rappresenta ciò che l’uomo ha perduto. Non parla. Non formula teorie. Non costruisce religioni. Non pretende di essere al centro dell’universo. Esiste, semplicemente.
L’uomo ha creato gerarchie. Ha immaginato piramidi mettendo sé stesso sulla cima. Ha stabilito ciò che vale di più e ciò che vale di meno. Poi si è comportato di conseguenza, trasformando la conoscenza in dominio e il dominio nella convinzione che tutto ciò che esiste gli appartenga. Il fuoco diventa il simbolo perfetto di questa ambiguità. Illumina. Affascina. Invita ad avvicinarsi. Poi cresce, passa di mano in mano, viene fatto ruotare, imprigionato, manipolato, trasformato in una spettacolare architettura di fiamme.
È probabilmente uno dei momenti visivamente più potenti della rappresentazione. Ma proprio mentre l’uomo sembra aver finalmente conquistato il fuoco, nasce il dubbio che sia soltanto un’altra illusione.
Possedere uno strumento significa davvero possedere ciò che esso rappresenta? Saper manipolare la materia significa comprenderla? La conoscenza ci rende più saggi oppure semplicemente più potenti?
MITODEA non risponde, preferisce lasciare la domanda in sospeso. Ed è importante che sia così. Perché un’opera costruita intorno a interrogativi tanto grandi sarebbe probabilmente insopportabile se pretendesse di fornire altrettanto grandi risposte. Funziona invece proprio perché alterna continuamente pensiero e sensualità, filosofia e spettacolo, parola e movimento. E qui entra in gioco un altro protagonista formidabile della serata: Selinunte.
Sarebbe riduttivo parlare di scenografia naturale. Le colonne, le pietre, le sagome dei templi e la profondità della notte siciliana non fanno semplicemente da sfondo a MITODEA. Sembrano appartenervi. In un altro luogo Zeus, Prometeo, l’oblio, il fuoco e la memoria sarebbero stati simboli evocati dal teatro. A Selinunte sono circondati dalla materia stessa di una civiltà che quelle domande se le pose migliaia di anni fa. Così la distanza fra ciò che siamo e ciò che furono coloro che camminavano in quei luoghi diventa improvvisamente molto più piccola. Cambiano gli strumenti. Cambiano le parole. Non cambiano troppo la sete di potere, la paura, il desiderio, la violenza, l’amore, il bisogno di trovare un senso all’esistenza. E, soprattutto, non cambia il bisogno di capire chi siamo.
Giuseppe Cimarosa e Giusy Di Blasi costruiscono tutto questo attraverso un grande lavoro corale. Cavalieri, amazzoni, danzatori, performer, artisti del fuoco, bambini volteggiatori e cavalli entrano ed escono dalla scena componendo immagini che durano pochi istanti e subito si trasformano.
Amalia Gnecchi Ruscone porta la raffinatezza e la forza evocativa della monta all’amazzone; Carmelo Lo Cicero la qualità di un’equitazione nella quale tecnica e sensibilità devono necessariamente convivere; Giuseppe Cimarosa attraversa invece l’intera opera dall’interno, non soltanto come regista ma come cavaliere e interprete. Essenziale Il corpo di ballo, composto da Adriana Spallino, Chiara Bua, Mariele Chiara, Diana Benenati, Angela Augello, Athena Benenati, Alessandra Lamia, Martina Oddo e Grazia Montelione. Nella prima parte dello spettacolo stupiscono i bambini volteggiatori con Adriana Spallino e Martina Oddo
Ma sarebbe ingiusto isolare i nomi più noti dal resto della macchina scenica: la riuscita di MITODEA è il risultato di un lavoro collettivo, di tutti gli interpreti in scena e di chi, lontano dagli occhi del pubblico, ha lavorato dietro le quinte perché un meccanismo così complesso potesse apparire naturale.
Dentro questo lavoro corale danza e teatro fisico costruiscono un linguaggio che progressivamente smette di essere separabile da quello equestre. Ed è forse questo il risultato più interessante per chi scrive, che inevitabilmente guarda uno spettacolo del genere anche con gli occhi dell’uomo di cavalli: non siamo davanti a una successione di “numeri equestri” collegati da una storia. Qui accade il contrario.
L’equitazione diventa linguaggio teatrale.Un movimento laterale, una figura, un cavallo che attraversa lentamente lo spazio, un’amazzone, un animale libero o il semplice modo in cui cavaliere e cavallo si avvicinano possono avere un significato drammaturgico esattamente come il gesto di un danzatore o una frase pronunciata dalla voce narrante. Quando questo avviene, il teatro equestre compie probabilmente il passaggio più importante per diventare davvero teatro. Il cavallo non viene mostrato. Recita, senza… saper recitare.
Verso la conclusione lo spettacolo torna alla sua domanda iniziale. Forse ciò che abbiamo dimenticato non è qualcosa da ritrovare fuori da noi. Forse non dobbiamo diventare altro. Forse dovremmo semplicemente riconoscere di appartenere alla stessa materia del cavallo, degli altri uomini, delle piante, delle pietre e perfino delle stelle. La piramide sulla cui cima ci siamo arbitrariamente collocati dovrebbe diventare un cerchio. E noi entrarvi insieme a tutto il resto.
È una proposta filosofica sulla quale ciascuno è naturalmente libero di concordare o meno. Ma il teatro non ha bisogno di convincere: gli basta riuscire a far pensare. E MITODEA lo fa.
Lo fa attraverso testi che non hanno paura di provocare, musiche ed effetti sonori scelti con grande sensibilità teatrale, il fuoco, la danza. E soprattutto attraverso quei cavalli che, mentre noi continuiamo affannosamente a interrogarci sul significato dell’esistenza, sembrano possedere una sapienza infinitamente più semplice. Quella di esserci.
Alla fine, dopo il fragore, il fuoco, gli dèi e la moltitudine, rimangono nuovamente i corpi, l’uomo, il cavallo. Non c’è una soluzione definitiva. Ed è giusto così. Resta invece una sensazione: che, per ottanta minuti, tra le pietre millenarie di Selinunte, qualcosa di molto antico sia tornato per un momento a parlarci e che forse non fosse il mito.
Forse eravamo noi.
A spettacolo finito, quel cerchio ha assunto per me un significato ancora più concreto. Quando i cavalli erano stati governati, gli abiti di scena riposti e il trucco rimosso, Giuseppe mi ha raccontato il dramma personale che aveva accompagnato gli ultimi giorni della preparazione dello spettacolo.
Sir Cesar, il suo amatissimo cavallo, compagno di vita e di lavoro, era improvvisamente deceduto. Giuseppe aveva deciso di annullare lo spettacolo. «Mi sono sentito improvvisamente privato delle mie gambe», mi ha detto. «Ma la mia squadra mi ha dato la forza di andare avanti». E lui ha continuato, «con la morte nel cuore», perché tutto era sulle sue spalle e tutti dipendevano da lui: «non potevo tradirli così».
Chiunque abbia amato un cavallo, un cane, un gatto o qualsiasi altro animale diventato parte della propria vita sa bene cosa significhi perderlo. Perché non li consideriamo semplicemente qualcosa che ci appartiene: li sentiamo parte di noi. Parte, appunto, di quel cerchio. E proprio perché in quel cerchio i cavalli sono protagonisti, è giusto ricordare anche loro, uno per uno, gli altri interpreti di questa serata di spettacolo e riflessione:
Empresario, PRE, 28 anni, con Giuseppe Cimarosa.
Selecta, PRE, 8 anni, con Amalia Gnecchi Ruscone.
Tesorera, PRE, 7 anni, con Carmelo Lo Cicero.
Lobito TH, PRE, 12 anni, con Giuseppe Cimarosa.
Pippo, Norico, 17 anni, nei volteggi con i bambini.
Imera, Siciliana, 16 anni, con Sophia Di Palermo.
Sir Cesar, PRE, 18 anni… lui c’era lo stesso




























